autore: Osho
editore: Mondadori
pagine: 260
codice: L 2142
Discorsi sulle Mandukya Upanishad.
È possibile attivare dentro di sé un modo di avvicinarsi alla vita libero da schemi e modelli? E come coltivarlo? A questi quesiti dell'uomo contemporaneo risponde Osho, soprattutto in questo libro, cavalcando la segreta aspirazione che ognuno di noi porta dentro di sé, espressa nella perenne sete di conoscenza.
Per farlo, questo raro Maestro di Realtà cavalca una delle più alte esperienze di consapevolezza mai conseguite dall’umanità: le Upanishad, un’esperienza del Reale unica che, fin dalla loro prima traduzione in Occidente agli inizi dell’Ottocento, hanno aperto – o meglio, sintonizzato – le menti più sensibili su quell’“è-ssenza” che si coglie quando riusciamo a sganciarci dalla rappresentazione del mondo con cui siamo identificati. Le Upanishad non sono una filosofia: si tratta di una trasmissione volta a condividere ciò che si vede, quando ci si lascia alle spalle il mondo “concettuale” con tutti i suoi limiti, e si osa incamminarsi lungo il sentiero incerto che porta a conoscere se stessi, allorché non ci si identifica più con un’idea di sé.
Sono proprio le testimonianze di questi “antichi” veggenti – ma chi più di loro può essere definito “contemporaneo”, vista la totalità con cui vivono la presenza e il presente del Reale? –, sono le loro intuizioni che offrono a Osho lo spunto per impattare su di noi, sollecitando quella scintilla cosciente che sempre di più si rende conto dell’inconsistenza di ciò che chiamiamo “mondo”: un contesto nel quale, a fronte di un benessere sempre più incerto, si lotta e si lavora duramente, ormai solo per continuare a lavorare e a lottare.
Dal libro
Un oceano di silenzio e beatitudine
Questo puro Sé ha quattro stati:
Il primo è lo stato di veglia,
l’esperienza della realtà comune a tutti.
L’attenzione è rivolta verso l’esterno,
ci si gode il mondo in tutta la sua varietà.
Il secondo è l’esperienza dei mondi soggettivi,
così come accade nel sogno.
Qui l’attenzione è rivolta verso l’interno,
rapita dalle creazioni più sottili della mente.
Il terzo è il sonno profondo:
la mente riposa, la consapevolezza è sospesa.
Questo stato è oltre la dualità,
da dove emergono le onde del pensiero;
gli illuminati lo percepiscono come un incantevole oceano
di silenzio e beatitudine.
Il quarto, dice il saggio, è il puro Sé, incondizionato.
Dimora nel cuore di tutto,
è il signore di tutto,
l’osservatore di tutto,
la sorgente e la meta di tutto.
Carl Gustav Jung ritiene che l’approccio orientale alla realtà sia introverso, ma commette un errore madornale. L’approccio orientale non è né estroverso né introverso: è la trascendenza di entrambe le dimensioni. Ma per comprendere la trascendenza devi essere un buddha, devi essere realmente risvegliato. La mente ordinaria può pensare solo a due cose: la realtà esterna e la realtà interna, non ha alcuna possibilità di comprendere ciò che sta oltre; e ciò che sta oltre, il trascendente, è il fulcro di tutto il misticismo orientale. Le Upanishad sono la sorgente di tutto ciò che è bello, vero, estatico; di tutto ciò che è significativo nell’evoluzione umana.
Un mio amico, un grande poeta, Ramdhari Singh Dinkar, si recò in Cina. Stava discorrendo con un grande filosofo cinese, Lin Yutang… Ramdhari mi aveva sentito parlare molto di Lao-tzu e si stava interessando moltissimo all’approccio taoista verso la realtà. Disse a Lin Yutang: “Amo Lao-tzu!”. Lin Yutang guardò stupito il poeta e disse: “Ma la sorgente di Lao-tzu è nelle Upanishad!”. Lin Yutang ha ragione, ha realmente, onestamente ragione: tutto il misticismo dell’Oriente, ovunque abbia avuto luogo – India, Cina, Giappone –, trae la sua origine dalle Upanishad. E questa, la Mandukya Upanishad, è una delle più fondamentali, perché in modo molto essenziale descrive il nucleo fondamentale e anche la realizzazione suprema della consapevolezza umana.
Carl Gustav Jung non ha affatto ragione quando dice che il misticismo orientale è introverso. Questa è una condanna, perché per la psicologia la parola “introversione” è negativa: indica che una persona è morbosa, chiusa verso la realtà esterna, indica che non è aperta. Jung è venuto in India quando era in vita un grande veggente, Sri Ramana Maharshi e molte persone gli consigliarono di andare a incontrarlo, ma lui non ci andò. Viaggiò per tutta l’India, andò a vedere il Taj-Mahal, Khajuraho, Ajanta ed Ellora, ma non andò da Ramana Maharshi: aveva paura. La paura era che un uomo come Ramana potesse diventare uno specchio: Jung avrebbe potuto vedere il proprio volto, la sua stessa falsità. Ma la gente razionalizza qualsiasi cosa. Jung razionalizzò, si disse che non andò a trovare Ramana perché la mente occidentale è estroversa e la mente orientale è introversa; i loro approcci sono diversi, quindi è meglio non mischiarli, altrimenti si può smarrire la strada. Come se avesse avuto una strada! Qualsiasi cosa affermasse non era altro che una semplice razionalizzazione del fatto che non accettava la verità: aveva paura.
È sempre pericoloso incontrare un essere risvegliato, perché immediatamente potresti vedere a che punto ti trovi. Nelle nazioni arabe si dice che il cammello non ama avvicinarsi alle montagne perché ha paura che trovandosi in stretta vicinanza con una montagna dovrà realizzare di essere una nullità. Forse è per questo che vive nel deserto, dove appare come l’animale più simile a una montagna, incomparabile.
Indice dell'opera
Introduzione
Tornare a essere
1. Il seme di tutto ciò che esiste
2. Un oceano di silenzio e beatitudine
3. Lascia cadere la maschera
4. L’individualità è la tua vera natura
5. La risata ti apre all’esistenza
6. Una sfida al mio amore
7. Oltre la famiglia
8. Il paradosso della povertà
9. La disciplina della libertà
10. L’esperienza della verità
Per approfondire
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