Il 16° Karmapa tibetano - 1

Il 16° Karmapa tibetano - 1

Parla di Osho e delle sue vite passate a Govind Siddharth

– PRIMA PARTE –

Un articolo pubblicato sull'OSHO Times cartaceo

 

Il 16° Karmapa


Questa straordinaria e stupefacente intervista, degli anni '70, a Govind Siddharth, vecchio discepolo indiano di Osho, in visita al 16° Lama Karmapa (deceduto nell’81), è stata pubblicata in origine al fondo di uno dei primissimi libri di Osho, The Silent Explosion, oggi fuori produzione
 

Domanda: Govind Siddharth, potresti dirci in dettaglio della tua visita al monastero del Lama tibetano Sua Santità Karmapa?

Govind: Darjeeling è piena di monasteri e avvicinandosi è possibile vederli dalla strada. Molte volte avevo sentito Osho parlare dei mistici tibetani, delle loro scienze occulte, del modo in cui meditano e delle cose che hanno imparato dal Buddha. Quindi, naturalmente, quando mi recai a Darjeeling, nel giugno del 1972, con mia moglie e le mie due figlie, volli visitare i loro monasteri.
All’ufficio turistico di Darjeeling mi suggerirono di visitare il monastero di Rumtek, vicino a Gangtok, la capitale del Sikkim. Era il monastero gestito da Sua Santità il Lama Karmapa, Pal Karmapa Densa Shed Drup Chho Khorling, in lingua tibetana. Ero molto ansioso di andarci…
Gangtok è a 1600-1700 m di altitudine. Era la stagione delle piogge quando arrivammo. Era molto nuvoloso e c’era poca visibilità. Rispetto a Bombay faceva freddo.


Il monastero di Sua Santità si trova a circa 50 km da Gangtok. Fu parzialmente eretto dal Maharaja del Sikkim con l’aiuto del governo indiano. Il posto era stato scelto dal Karmapa stesso. Quando arrivò dal Tibet, dopo l’invasione cinese nel 1959, gli fu chiesto dove avrebbe voluto stabilire il suo monastero. Poiché il Dalai Lama si era stabilito a Dharamsala, scelse il Sikkim, su un picco molto vicino al picco himalayano del Kanchenjunga. 
È un monastero molto grande con circa duecento persone, tutti lama, che ci vivono in pianta stabile. A nessuno è permesso di rimanere nel monastero a meno che non sia un monaco. Lama significa “colui che ha rinunciato alla vita nel mondo ed è diventato un monaco”.
Quando arrivai al monastero per la prima volta mi dissero che Sua Santità non sarebbe stato in grado di ricevermi in quel momento, che di solito riceve solo poche persone, ma che forse avrei potuto prendere un appuntamento. In seguito seppi che il direttore del mio albergo lo conosceva bene e mi disse che mi avrebbe organizzato un incontro. La mattina dopo mi dimenticai completamente di chiedergli di chiamare e fissare un appuntamento per me e partii per il monastero con la mia famiglia.
Quando arrivammo, in auto, il monastero era chiuso. Ero molto deluso e mi chiedevo se sarei mai riuscito a incontrare Sua Santità o almeno a vedere l’interno del monastero. 


Poi all’improvviso un lama si av­vicinò e disse: “Vuoi incontrare Guruji?”. Risposi: “Sì, sono venuto per questo”. Mi portò immediatamente nel luogo dove si trovava Sua Santità. Mi disse che c’erano alcuni stranieri con lui e che avrei dovuto aspettare un po’ di tempo. Dissi: “Non mi dispiace affatto aspettare”. Mi chiese il nome e l’indirizzo. Mi presentai come Swami Govind Siddharth di Bombay. Entrò e con mia sorpresa uscì subito dicendo: “Sua Santità vuole vederti immediatamente”. Entrai e mi accolse come se mi stesse aspettando. Ecco come arrivai alla sua presenza.
Entrai e gli toccai i piedi. Mi mise subito le mani sulla testa. Questo è davvero un gesto molto raro ed è molto importante nella tradizione dei lama tibetani. Secondo la loro pratica, quando entri e ti inchini a Sua Santità, devi porgergli una sciarpa che è posta sulla sua gamba. Se sente qualcosa di speciale in te, in relazione al tuo sviluppo spirituale, te la mette al collo. Se percepisce che sei un po’ più avanzato nella meditazione, ti mette addosso una sciarpa speciale con tre segni rossi. Se percepisce qualcosa di più in te, ti mette una mano sulla testa. Ma il segno più elevato è quando ti mette due mani sulla testa. Non l’avrebbe mai fatto se non avesse avvertito qualcosa.

Sua Santità non sapeva nulla di me in anticipo, perché non avevo mai fissato un appuntamento con lui. Non sapeva nulla di me se non che ero in abito da sannyasin.
In ogni monastero tibetano vige la stessa pratica. Avevo visitato altri monasteri in Darjeeling e avevo preso informazioni su queste sciarpe, perché in ogni monastero ci sono immagini di Buddha con queste sciarpe sulle gambe. Mi dissero che era come offrire una ghirlanda di fiori alle immagini di dio in un tempio hindu. È un segno di rispetto. 
Di Sua Santità si dice che sia una “incarnazione divina”. In Tibet, credono che chiunque raggiunga la buddhità, l’illuminazione, se desidera rinascere per aiutare le persone nel mondo, è un’”incarnazione divina”, un bodhisattva. C’erano molte persone che raggiungevano la buddhità al tempo del Buddha, quindi certi lama sono incarnazioni di quegli illuminati. Si dice che Sua Santità sia un bodhisattva, la sedicesima incarnazione di Dsum Khyenpa, il primo Karmapa, nato intorno al 1110 DC. Discende dalla dinastia di guru che risale a Marpa, uno dei grandi yogi del Tibet. Nella zona di Darjeeling questo è l’unico monastero retto da un lama che è un’incarnazione divina. 

Al momento ci sono solo tre incarnazioni divine, o bodhisattva. Il presente Dalai Lama, il più importante, che è un’incarnazione del Buddha Chenaezi. Sua Santità Lama Karmapa che è un’incarnazione del bodhisattva Avalokitesvara. E infine il Pancham Lama, l’incarnazione di O-pa-me. 
Ognuno di loro è a capo di un gruppo di monasteri buddhisti tibetani gestiti da persone nominate da loro. Solo a un’incarnazione illuminata è permesso di essere il capo di un ordine monastico, poiché solo un illuminato può aiutare gli altri verso il raggiungimento dello stesso stato. Il Dalai Lama è il sovrano temporale del popolo tibetano ed è anche il capo di tutti gli ordini monastici. 

Un punto interessante è che Sua Santità appare esattamente come Osho: così allegro, così leggero, così caldo! Ha all’incirca la stessa età, tra i quaranta e i cinquant’anni. 
Una cosa particolare che notai subito in lui è il suo terzo occhio. Si vede bene: è concavo, verso il centro della fronte. Sembra un occhio normale, ma è un occhio interiore. Sentivo il punto centrale di quell’occhio interiore come energia emessa da un piccolo foro. È facile individuare quella parte centrale. 
Avevo sentito dire che in Tibet praticano un foro nella fronte per aprire il terzo occhio, quindi a un certo punto gli chiesi se era vero. Disse: “Sono tutte voci false. Forse in qualche momento del lontano passato lo facevano, ma non ora”. Aggiunse che una volta aperto il terzo occhio, puoi vedere molte cose nascoste alle normali percezioni.


Non appena entrato mi disse immediatamente: “So da dove vieni”. Fu una grande sorpresa per me. E poi disse: “Vedo che hai una fotografia, o qualcosa stampato su due lati, del tuo Guru”. Risposi: “Non ho niente di simile”. Mi ero completamente dimenticato del medaglione appeso al mala con la foto di Osho su entrambi i lati.
C’era una signora inglese che faceva da interprete, dal momento che il Lama Karmapa non conosceva l’inglese e parlava solo la lingua tibetana. Questa signora inglese era lì da molti anni. Aveva rinunciato al mondo e seguiva le pratiche di meditazione tibetane. Era una discepola del Lama Karmapa e l’unica donna del monastero. 
Di norma le donne non sono ammesse e ci sono monasteri speciali per loro.
Vide subito il mio mala e disse: “Cos’è questo?”. A quel punto mi ricordai che il medaglione era stampato su due lati e dissi: “Questa è la foto del mio guru”. Era curiosa di vederlo, quindi me lo tolsi e glielo mostrai.

Immediatamente Sua Santità disse: “Ecco la foto!”.
Prese in mano il medaglione di Osho e se lo portò a contatto con la fronte, poi disse: “È la più grande incarnazione dai tempi del Buddha in India, è un Buddha vivente!”. Mi emozionai moltissimo a quell’idea e chiesi: “Ci sono altre persone in India che dicono di aver raggiunto l’Illuminazione. Cosa ne pensi?”. Rispose: “Sono ‘anime realizzate’, ma non incarnazioni illuminate”.
Poi gli chiesi in particolare di Krishnamurti. Disse: “In primo luogo, non è in India. In secondo luogo, è un’‘anima realizzata’, ma non un’incarnazione divina”. 

Quindi gli chiesi qual è la differenza tra un’incarnazione e un’anima realizzata. Rispose che un’anima realizzata ha realizzato se stessa, ma non è necessariamente in grado di aiutare gli altri. Per farlo deve essere appositamente addestrata nelle scienze occulte ed esoteriche e dovrà rinascere molte volte a questo fine. Quindi può fare una scelta consapevole di rinascita. “Tutto questo Osho lo ha già passato”, mi disse il Lama. Un’incarnazione divina è qualcuno che è stato addestrato in vite precedenti ad aiutare gli altri, non un’anima che si è realizzata in questa vita. Osho è già stato addestrato, era già realizzato. Ora, in questa vita, è nato solo per aiutare spiritualmente le persone, solo a questo scopo. “È nato in modo completamente conscio” mi disse il Lama. A questo riguardo, gli dissi che stava insegnando a molte persone e che parlava di cose molto profonde.

Sua Santità poi aggiunse: “Potresti sentire che sta parlando per te, ma non è solo per te che parla. Lui (Osho) parla anche per i registri akashici (registrazioni di eventi e parole sui piani astrali). Tutto ciò che è detto non è mai dimenticato. Ecco perché continua a ripetere le cose. Continuerà a ripetere le cose e sentirai che sta parlando per te, ma in realtà, parla solo per poche persone. Solo poche persone capiscono cosa sia (Osho). Le sue parole rimarranno nei registri akashici, in modo da essere utili anche alle persone del futuro”.

Sua Santità mi chiese dove si trovava Osho, dal momento che lo aveva im­mediatamente riconosciuto dalla vi­bra­zione del mio medaglione con la sua foto. Era stato con lui in vite passate. Tutti i Buddha (gli illuminati) entrano in contatto l’uno con l’altro. Anche allora lui e Osho erano in contatto telepatico. Era per questo che sapeva. 
Pensavo che con la sua domanda volesse sapere dove si trovasse Osho in quel momento, o forse la signora inglese non aveva tradotto correttamente, quindi risposi: “A Bombay”. Sua Santità disse: “No, non a Bombay”. Intendeva dire: “Dov’è nato?”. Quando gli dissi “Madhya Pradesh”, disse: “Giusto!”. Conosceva tutta la storia prima ancora che gliela dicessi, perché è nei registri akashici a cui lui aveva accesso.

Poi mi chiese che metodi di meditazione insegnava Osho. Gli descrissi la nostra tecnica in quattro stadi (A quei tempi la Dinamica era ancora in fase sperimentale in 4 stadi, N.d.T). Quando gli spiegai il terzo stadio, l’urlo di “hu-hu-hu”, disse che questo “hu” veniva dall’”hum” del mantra tibetano “Om mani padme hum”. Ne fu così entusiasta che mi afferrò le mani, dicendo che era “molto felice” e che “questo metodo è assolutamente perfetto; è simile ad alcune tecniche tibetane, e qualunque sia il lavoro che state facendo, è la stessa cosa”. 
Molte differenze sono solo nella lingua. Ad esempio, laddove noi usiamo il termine “kundalini”, loro usano “fuoco ardente” per indicare la stessa cosa. Ma riguardo al metodo di Osho, disse: “Perfetto!”.


In realtà, il loro sistema è piuttosto diverso in molti sensi. Credono che le vibrazioni siano responsabili di tutte le manifestazioni e fanno molte preghiere e canti di particolari mantra in lingua tibetana. E il tutto deve essere svolto in un modo preciso. Ma Sua Santità era sicuro che lo “hu” della nostra meditazione deriva dal­l’“hum” del loro mantra “Om mani padme hum”. Cosa che anche Osho ha confermato in alcuni discorsi. 

Il monastero è un grande complesso. Verso il confine esterno ci sono delle piccole stanze dove dormono i lama residenti. Nel mezzo del complesso c’è un altro blocco di stanze a tre piani; il primo è una stanza dove i lama vanno a pregare. Questi monasteri tibetani sono costruiti in legno spesso intagliato e colorato in una combinazione di rosso brillante, blu e oro. Sono molto eleganti. Per i tibetani l’oro è considerato il metallo e il colore sacro, quindi lo usano molto, ma solo per scopi religiosi. Il monastero è molto ricco. L’oro è abbondante in Tibet. Lo puoi trovare nei fiumi, semplicemente sulle rive. Questo è il motivo per cui lo usano per gli oggetti sacri. È un’arte speciale, considerata molto sacra. Tutti i loro oggetti di preghiera sono d’oro.

Nella teoria tibetana, credono che l’esistenza non sia altro che vibrazioni e che solo con le vibrazioni giuste si può raggiungere l’illuminazione. Per questo credono nella preghiera e nella ripetizione di particolari mantra, suoni e ritmi, attraverso i quali è possibile sintonizzarsi con la dimensione cosmica e andare in profondità nella meditazione, calmando le vibrazioni irrequiete della mente. Questa è la loro teoria della meditazione. 
La sala di preghiera che ho menzionato ha una statua del Buddha, fotografie del Dalai Lama e di grandi anime come loro, e centinaia di lampade speciali che accendono quando pregano.

Puoi sentire le vibrazioni forti non appena entri nel monastero, perché i lama continuano a recitare le loro preghiere, creando un’atmosfera vibratoria. Sono riforniti di vestiti, cibo e riparo, quindi non hanno nulla di cui preoccuparsi e nient’altro da fare se non meditare. La meditazione è lo scopo principale di questi duecento monaci, quindi crea un’atmosfera. E metà del lavoro accade anche senza alcuna pratica, perché le vibrazioni del luogo sono ottime. Le senti non appena entri. Io stesso ho sentito molto la differenza.

Quando pregano i lama usano particolari tipi di incenso, perché credono che anche l’odore abbia un ruolo molto importante nella meditazione: ogni odore ha il suo effetto e se vuoi avere un particolare effetto, devi usare un tipo particolare di incenso. Ad esempio, se vuoi calmare la mente, oppure se vuoi contattare certe anime, o guidarle, devi usare un tipo particolare di incenso e devi recitare particolari mantra. Hanno una scienza completa a riguardo.
In questa sala di preghiera devono venire a sedersi tutti i lama. Si siedono in fila, schiena contro schiena e uno di fronte all’altro, così che mentre pregano ad alta voce le loro vibrazioni possono creare un “disegno” particolare…

Tratto da: Osho, The Silent Explosion


LA SECONDA PARTE DELL’INTERVISTA QUI