L‘uomo e dio - Parte 2

L'uomo e dio

La dimensione spirituale della vita - Parte 2

Un brano INEDITO dai PRIMI DISCORSI di Osho

 

Osho


INEDITI A TEMA

I primi discorsi di Osho

 

Vi presentiamo una serie di discorsi inediti tratti dalla serie in hindi, Jyun Tha Tyun Tharaya, che significa “Così com’era, così è rimasto”, un modo di dire che vuole indicare il “lasciare che le cose conservino la loro natura”.

Questa serie raccoglie i primi discorsi di Osho registrati su nastro, alla fine degli anni Sessanta, che in inglese vanno, per l’appunto, sotto il titolo di Early Talks, “Primi discorsi”.

 

Decimo Capitolo, seconda puntata

 

L’uomo e dio – La dimensione spirituale della vita
 

Compassione, prima parte

Esaminiamo le quattro stanze attraverso le quali è necessario passare prima di raggiungere una vita di divinità. Dio vive in ciascuno di noi, ma noi guardiamo così tanto all'esterno per cercarlo che non riusciamo a vederlo all’interno la nostra cornice mortale!

Quando finalmente lo avremo raggiunto attraverso le quattro stanze chiamate compassione, amichevolezza, allegria e indifferenza, la nostra anima si libererà dagli attaccamenti mondani e da tutti i mali che li accompagnano. Il nostro piccolo mondo limitato, fatto di amici e parenti, si allargherà in ogni direzione fino a includere l'universo, animato e inanimato.

Bussiamo alla porta della prima stanza, quella della compassione. Molti forse non sono ancora consapevoli della sua esistenza. Questo non deve farci disperare. Meglio tardi che mai.

Chi desidera entrare nella stanza della compassione può cominciare proprio da questo momento a comprenderne la natura e a metterla in pratica.

Compassione significa provare empatia per chi è in difficoltà, per chi soffre e per chi è infelice. Normalmente, la maggior parte delle persone riserva questo sentimento soltanto a coloro che, nella vita concreta e personale, sono vicini e cari: lo chiamano amore. Ma si tratta di un amore dai confini limitati. La compassione che desideriamo scoprire dentro di noi è amore per l'umanità nel suo insieme. Non cerca alcun vantaggio personale e non la si offre a determinate condizioni. Non fa discriminazioni.

L'incapacità di provare qualcosa per coloro che non hanno alcun valore personale nella nostra vita ha reso l'essere umano più duro di una pietra. Non occorre andare lontano: basta rivolgersi verso se stessi e compiere un'onesta introspezione per rendersi conto che, se l'umanità non fosse diventata insensibile, il mondo non si troverebbe nella condizione in cui è oggi. Gli abitanti di ogni nazione siedono praticamente su un letto di spine, in attesa dello scoppio di una guerra. Da generazioni, l'umanità manifesta tendenze scioccanti per la loro disumanità, la loro mancanza di scrupoli, la loro distruttività e il loro sadismo. La durezza è diventata una parte così integrante della vita dell'uomo che l’uomo ha smesso persino di esserne consapevole. Eppure dovreste essere in grado di estirparla dal vostro essere e potete farlo, se soltanto lo volete davvero.

È una caratteristica universale dell'essere umano: quando si parla di difetti, si comincia sempre da qualcun altro! Questo atteggiamento difensivo deve essere contrastato analizzando i nostri difetti e coltivando la compassione.

Henry Thoreau, una personalità straordinaria, una volta ebbe un ospite. Gli andò incontro con il cuore pieno d'amore. Gli prese le mani con grande calore, ma un istante dopo le lasciò andare. La mancata risposta dell'ospite lo fece raggelare.

Ognuno di noi cerchi nel proprio cuore! E si chieda: «Sono vivo o morto? Mi hanno mai toccato la disgrazia, l'infelicità o il dolore di qualcun altro? Il mio cuore ha mai pianto per lui, con amore, amichevolezza ed empatia? Il sangue che scorre nelle mie vene porta con sé una consapevolezza dell'umanità calda, partecipe e disinteressata?».

Siamo tutti più morti che vivi. Abbiamo i sensi, i cinque sensi (indriyas), ma le nostre orecchie non odono alcun grido d'angoscia, i nostri occhi rimangono chiusi davanti alle ferite sanguinanti degli altri e il nostro tocco non trasmette alcuna corrente di empatia! Ognuno vive per se stesso! Tutta l'umanità è infettata dal morbo della freddezza e dell'insensibilità.

Esaminiamo dunque gli anfratti più reconditi del nostro cuore e disperdiamo l'oscurità lasciando entrare i raggi luminosi dell'amore universale, dell'amichevolezza universale, della fratellanza e dell'umanità.

Ognuno si chieda: «C'è stato almeno un momento nella mia vita in cui ho messo da parte me stesso per aiutare e confortare un altro essere umano? Ho mai provato per qualcuno un amore così vasto da dissolvere la mia piccolezza? Il calore e lo splendore della compassione che ho mostrato hanno mai dato speranza e respiro a chi stava morendo di disperazione?».

La compassione deve essere un elemento importante del nostro carattere. Non è un sentimento che si possa esibire a comando. Non è una virtù che possa germogliare all'improvviso dal terreno dell'egoismo! Non possiamo dire: «Ho posto dei limiti al mio amore, ma quando sarà necessario saprò essere compassionevole con gli altri». No, un simile risultato è impossibile. La compassione deve essere un filo continuo, intrecciato nel tessuto dei pensieri quotidiani dell'uomo. Soltanto allora potrà manifestarsi visibilmente in ogni circostanza.

Un amore imprigionato tende a rendere egoisti sia chi lo dona sia chi lo riceve. Un egoista non ama mai disinteressatamente. Chiedere al Sole di non illuminare la casa del vicino equivale a chiedergli di non splendere affatto. Un amore che può esprimersi liberamente su scala universale diventa forte e duraturo. E allora anche i singoli individui possono godere del suo calore.

Guardate, per esempio, gli alberi! Quanto più crescono in altezza, tanto più in profondità penetrano le loro radici. È un fenomeno facile da comprendere! Lo stesso vale per l'amore. Quanto più vasto è il suo raggio d'azione, tanto maggiore è la sua profondità.

Ashoka, l'imperatore degli imperatori, un giorno mentre attraversava la sua città, accompagnato dal ministro, vide un fakir che chiedeva l'elemosina. Ashoka scese da cavallo e toccò i piedi del pover'uomo. Il primo ministro lo guardò esterrefatto. Quando furono finalmente soli nel palazzo, il ministro disse al re: «Maestà, perdonatemi se parlo con franchezza, ma che cosa vi ha spinto, voi, imperatore degli imperatori, a scendere da cavallo e a toccare i piedi di un mendicante, un semplice fakir?».

Ashoka si limitò a sorridere. Trascorsero alcuni mesi. Un giorno l'imperatore convocò il ministro e gli chiese, per fare un esperimento, di mandare in città un uomo a vendere la testa di una mucca, di un agnello e di un essere umano.

Il primo ministro rimase sconvolto, ma mandò comunque i suoi uomini in giro per la città con quel macabro carico. Le teste della mucca e dell'agnello furono acquistate, ma nessuno volle comprare quella dell'uomo!

Il re ordinò allora di offrire la testa in dono.

Ma tornarono nuovamente con la testa. L'imperatore Ashoka guardò il ministro con aria solenne e disse: «Capisci che cosa intendo? Qualche mese fa mi chiedevi perché io, re dei re, fossi sceso da cavallo per toccare i piedi di un semplice mendicante! Ecco la risposta, mio caro amico. Quando la morte lo abbraccia, l'uomo diventa così insignificante che nessuno desidera il suo corpo, neppure in dono. No, nemmeno la testa del tuo imperatore!».

Un essere umano non vale nulla, che sia un re o uno studioso. È ciò a cui rinuncia che possiede significato e valore. Il denaro, la posizione sociale e la conoscenza crescono quando sono condivisi. Se restano soltanto in nostro possesso, muoiono di una morte molto triste.

Il marito, la moglie, il figlio, il padre, la madre, la figlia, lo zio e l’amico: tutti ripetono la stessa eterna storia di dolore: «Nessuno mi ama!».

Che tragedia! Che ignoranza! Quando comprenderà l'uomo che l'amore non si deve pretendere, ma donare? Più lo si riversa sugli altri, più ritorna. L'amore non è un business! Non lo si può ordinare al mercato! È dentro di noi ed è fatto per essere condiviso, donato, diffuso intorno a noi come la luce del Sole.

I nostri occhi vedono, ma senza partecipazione emotiva. Quando le labbra restano in silenzio, lasciate che siano gli occhi a parlare con eloquenza. Lasciate che la loro profondità si riempia del linguaggio del cuore. Non limitatevi a guardare questi alberi alti e le onde giocose del mare: lasciate che la bellezza di ciò che vedete rallegri il vostro cuore e accenda una scintilla nei vostri occhi. Persino il sentiero di pietra sul quale camminate, dovrebbe farvi fremere di piacevoli emozioni.

Quando toccate il ramo di un albero o un fiore, quando prendete la mano di qualcuno o lo accogliete tra le braccia, lasciate che quei gesti raggiungano e smuovano gli anfratti più reconditi del vostro cuore con il calore della gratitudine. Fate di ogni atto d'amore qualcosa da ricordare.

Uscite da voi stessi per accogliere la vita con entrambe le mani aperte, in un gesto di gioia travolgente e di amichevolezza, in un gesto di comprensione e di benvenuto. Per troppo tempo ci siamo abituati soltanto a trattenerci dal fare questo o quello. Abbattiamo le pareti dure dei falsi valori e lasciamoci andare. La repressione, in ogni ambito, è stata troppo a lungo la nostra cattiva compagna, conducendoci all'ipocrisia e alla menzogna! Per molto tempo abbiamo coperto la verità con il mantello scintillante ma fasullo della falsa modestia. Abbattiamo le barriere e lasciamo che il nostro amore sgorghi in tutta la sua purezza e ricchezza!

Chi desidera vivere con sincerità e intensità deve essere pronto persino a essere definito «folle». Un comportamento convenzionalmente corretto non è necessariamente onesto! La morale convenzionale è spesso costruita sulle lapidi dell’autenticità. Di conseguenza, pensiamo una cosa, ne sentiamo un'altra e ne diciamo una terza.

 

Osho, Early Talks #10

Durante un campo di meditazione